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Colpevoli

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Colpevoli


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Dopo la caduta del Muro di Berlino una classe politica è stata travolta, soppiantata da una nuova ideologia che ha sostituito la lotta di classe con il conflitto delle identità.

Tutti ricordiamo i dibattiti accesi, tra gli anni Sessanta e Settanta, sul proletariato e la classe operaia e se guardavamo oltre il nostro naso ci si scontrava su temi come il Terzo Mondo e la pace, nella speranza di un mondo migliore governato da un’umanità diversa. Ci si confrontava e ci si affrontava, ci si menava anche sui diritti delle donne, con un femminismo che puntava a generare uguaglianza tra donne e uomini.

Si discuteva anche dell’anticolonialismo atto a liberare sottomessi ed invasori da un reciproco rapporto di dominazione con una forma di antirazzismo che pretendeva il rispetto per tutti i popoli.

Oggi, forse, non è più così.

Queste cosiddette battaglie sono tornate, quasi in maniera deviata, sul campo dei nostri pensieri e delle nostre idee: hanno avviluppato sia l’Europa che gli Stati Uniti, spostando ogni equilibrio, rivedendo lo scontro su altri termini: il genere, l’identità, la razza, lasciando comunque inviolata la centralità del colore della pelle.

Cosa hanno in comune le correnti di pensiero dell’avanguardia neofemminista, antirazzista e dell’anticolonialismo?

Il loro comune nemico sembra l’uomo bianco, occidentale ed eterosessuale. Per molti questo identikit striminzito basta per identificare un modello di capro espiatorio; il bianco è intollerante per eccellenza, sfruttatore per mestiere, predatore per natura.

Siamo al disprezzo dell’illuminismo, con una società che si affaccia allo stesso tempo con spirito polemico arido e capzioso nel dibattito contemporaneo. In questo modo la società si ripiega su stessa, incapace di trovare un’identità coerente per fronteggiare, con realismo, le problematiche odierne: così, paradossalmente, si sostituisce una xenofobia con un’altra.

Stesso discorso se si va a contestare, magari con argomenti validi, questa ideologia di infantilismo climatico, come ha argutamente apostrofato il filosofo Pascal Bruckner, la nuova musa Greta Thunberg, già in odore di premio Nobel.

Criticare il suo santino ti concentra addosso una raffica di accuse, illazioni e offese esasperate ed esasperanti per il modus con il quale vengono concettualizzate. Così anche la piccola attivista svedese diventa una permalosa icona dei nostri anni malandati, miraggio di un concentrato di verità assolute, che sentenzia e colpisce, arringa e profetizza con impeccabile rigor mortis.

Guai a dire che non si è in accordo, peggio se ti permetti di definirla solo una ragazzina senza arte, parte ed esperienza. Immediatamente vieni aggredito e messo al rogo: irrispettoso e capriccioso ideologo del male che, magari subdolamente, insinua denigrazioni sulla sua malattia. Basta poco che la tempesta perfetta, soprattutto social, si scateni contro l’eretico di turno.

Eppure, io scorgo un abisso per la nostra civiltà occidentale tanto vituperata. Come se stesse vomitando su di noi un nuovo e più ingombrante oscurantismo, che accomuna ideologi, influencer, politici e starlet varie: tutte piccole malefiche divinità che assaporano l’odore del sangue delle loro nuove vittime e in branco attaccano e finiscono la preda, convinta, a sua volta, di essere stata il male di se stessa.

L’ideologia decoloniale e l’ideologia razzialista, secondo cui l’unica identità autorizzata per i bianchi è quella di contrizione, sono divenute molto potenti negli Stati Uniti. All’epoca erano in una fase embrionale, ora, invece, sono predominanti nella sinistra nordamericana.

Dagli States hanno attraversato l’oceano e sono giunte nel Vecchio Continente, precisamente in Francia: lì, con una rapidità a dir poco sconcertante, hanno fatto scendere il cavallo di Troia dei nostri guai e, forse, del nostro declino. Del resto, la patria di Voltaire, ha inventato tutte le filosofie negli anni Settanta con Deleuze, Foucault e Derrida.

L’idea è stata in seguito ripresa ed è ritornata nel Paese dei Lumi all’inizio del secolo, ma in maniera distorta, spostando i termini dello scontro sul campo del genere, dell’identità, della razza e riportando il colore della pelle al centro del dibattito, passando così dalla lotta di classe a quella tra etnie, distruggendo il mito dell’Occidente, capace con le sue idee di libertà, uguaglianza, giustizia sociale ed emancipazione, di essere stato un faro per l’intera umanità in tutte le epoche.

Stranamente siamo stati i soli ad aver riconosciuto i nostri errori e i nostri crimini. Un’autocritica onorevole che si è rivelata, nel tempo, un grossolano autogol. Così l’Occidente, cadendo nel ridicolo, ha fatto un mea cupa che lo ha reso agli occhi dei suoi aguzzini ancor più reo di quanto lo fosse ontologicamente.

Per molti, vi è a riguardo una diffusa maggioranza silente, la nascita dell’islam politico in Iran con l’ayatollah Khomeini nel 1979, poi il progetto di Bin Laden di internazionalizzare il jihad l’11 settembre 2001 come momento che ha reso visibile al mondo intero il progetto di creazione dello Stato Islamico. In questo modo si è creato uno scontro di civiltà: da una parte l’Islam dall’altra l’Occidente giudaico-cristiano. Inoltre, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e poi quella dell’Urss e del blocco dell’est nel 1991, hanno aperto la strada ad una politica antiamericana.

La colpa dell’Occidente, semmai possiamo definirla in questo modo, è stata quella di non contrastare nulla. Vivere questo crescendo in maniera passiva, se non addirittura supportando prima l’Ayattolah, poi Bin Laden. Senza reagire di fronte poi agli attacchi terroristici e alle minacce. Si è estesa un’ignoranza diffusa che è poi mutata in un delirio se non in una serie di conflitti.

Si è giunti a situazioni astiose, quasi ridicole: esempio è stato l’atto di vandalismo nei confronti della Sirenetta di Copenaghen con la scritta “pesce razzista”, perché nel racconto di Andersen è bianca.

Siamo in un periodo di follia collettiva. Questo pensiero ha corroso sia la gente cosiddetta ‘normale’ sia l’élite. Un gioco che ha snaturato il tempio della sapienza, estremizzato ogni concetto, arrivando ad un radicalismo che si è infiltrato nelle coscienze dei figli delle classi più abbienti. Allora l’odio verso i bianchi è anzitutto l’odio dei bianchi verso se stessi. Allora ha ragione Alain Finklelkraut quando dice che «l’antirazzismo è impazzito»?

Probabilmente l’antirazzismo è diventato il nuovo razzismo, è un neorazzismo. Gli antirazzisti di oggi hanno identificato nell’uomo bianco il capro espiatorio di tutte le avversità del mondo. L’uomo bianco, per alcuni, è intollerante anche quando pensa di non esserlo: è un razzista biologico. Urge, quindi, corazzarsi contro questa pandemia di stupidità politica, che è grave e sostenuta da un certo numero di eventi. L’importante è che i poteri pubblici non la avallino.

I capi di Stato occidentali non devono scivolare nella trappola dei militanti della “cancel culture”: non dobbiamo scusarci di essere bianchi, occidentali, cristiani, ebrei, altrimenti ricreiamo le condizioni del peccato originale. Questa “cancel culture” potrebbe generare nuovi fantasmi, nuovi mostri e non arrestare questo fanatismo dilagante.

Colpevoli di essere bianchi, colpevoli di dire ciò che si pensa, colpevoli di difendersi. Credo che il giusto stia nel rispetto reciproco, anche delle culture che devono e dovranno essere diverse e quindi meritevoli di essere comunque protette e rinvigorite.

Le nostre tradizioni hanno creato orrore vero ma hanno anche e soprattutto dato linfa all’illuminismo, alla filosofia e alla morale, oltre che al diritto che oggi indirizza ogni azione della nostra vita.

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.