Non sono una persona invidiosa. Non lo sono nella vita profana, figuriamoci in quella massonica.
L’ho sempre considerata un difetto, non un pregio, una specie di tassa che alcuni pagano volentieri pur di non guardare in faccia i propri desideri insoddisfatti. Io quella tassa non l’ho mai voluta pagare.
Ci ho messo tempo a capire che questa cosa, così semplice da dire, per molti è difficile da credere.
Fratelli e Sorelle che faticavano a comprenderla, che la interpretavano come freddezza, come distacco, a volte come una forma sottile di superiorità.
Come se non provare invidia fosse sospetto quanto provarla, quasi che l’unica reazione “normale” al successo altrui debba per forza contenere una scheggia di fastidio, e chi dice di non averla stia semplicemente mentendo meglio degli altri.
Ho imparato a riconoscere lo sguardo di chi, ascoltandomi dire “sono contenta per te, te lo meriti”, cercava la crepa nella frase, il “ma” che non arrivava mai, e che la sua assenza rendeva sospetta.
Non mentivo. Dicevo le cose per quelle che sono, non per quelle che appaiono, è un principio che Francesco Mario Pagano, giurista napoletano e Maestro Venerabile della loggia “La Philantropia”, pagò con la vita nel 1799, sul patibolo insieme ad altri patrioti della Repubblica.
Pagano non cercava il consenso: cercava la coerenza tra ciò che pensava e ciò che diceva, anche quando quella coerenza gli costava carissima.
Non lo cito per il gusto del paragone eroico, sarebbe fuori misura, e lui lo pagò con la vita, io soltanto con qualche incomprensione, ma perché quella distinzione, tra essere e apparire, è la stessa che mi ha creato più di un problema in trent’anni di cammino iniziatico.
Cicerone diceva
Esse quam videri.
Essere, piuttosto che apparire.
Io ho sempre preferito la prima. E chi preferisce la prima, prima o poi, disturba.
Perché il mio modo diretto, senza mezze misure, ha generato più invidia di quanta io ne abbia mai provata verso chiunque. L’ho capito col tempo: non era il risultato a dare fastidio, era la libertà.
La libertà di dire una cosa scomoda senza infiocchettarla, di non aver bisogno del consenso generale per sentirmi al posto giusto.
C’è chi la chiama sicurezza, chi la chiama arroganza, dipende da quanto quella libertà, vista da vicino, faccia sentire stretti quelli che non se la concedono.
Non è una colpa, la loro. È solo che vedere qualcuno muoversi senza chiedere il permesso di occupare lo spazio che occupa mette a nudo, per contrasto, quanto spazio si stia lasciando andare per non disturbare nessuno.
E quel contrasto, se non lo si vuole guardare in faccia, si trasforma facilmente in giudizio verso chi lo genera.
Ci spogliamo dei metalli prima di entrare in Tempio. Lo facciamo tante volte, in tanti anni, che il gesto rischia di diventare automatico, ma il suo significato non si consuma con la ripetizione: fuori restano l’oro, l’argento, tutto ciò che fuori misura chi siamo.
Dentro, quella misura non dovrebbe più valere. Eppure, quante volte, varcata la soglia, i metalli rientrano sotto un’altra forma, non più oro e argento in tasca, ma gradi, cariche, riconoscimenti appuntati addosso.
Li lasciamo fuori dalla tasca e li facciamo rientrare dalla testa, e lì, silenziosamente, ricominciano a pesare esattamente come prima.
E qui viene il punto che in Loggia si dice sempre e si pratica quasi mai: se un Fratello o una Sorella ha raggiunto un grado più alto, ha lavorato di più, si è speso con più costanza, non c’è nulla da invidiare. C’è da prenderlo a esempio.
È così semplice da scrivere e così raro da vivere davvero, perché richiede una cosa che l’invidia, per sua natura, rifiuta: guardare l’altro senza calcolare la distanza da sé stessi.
L’invidioso misura sempre in negativo, quanto gli manca, non quanto potrebbe fare. Chi prende a esempio, invece, misura in positivo: non “perché lui e non io”, ma “se lui ce l’ha fatta lavorando così, il metodo esiste, e posso provarlo anch’io”.
Quando ci riesci, l’invidia smette di essere un tarlo e diventa uno stimolo, l’unica forma in cui, devo ammetterlo, può anche essere costruttiva. Non come rosicare in silenzio davanti al successo altrui, ma come lasciarsi pungere abbastanza da quel successo da chiedersi cosa, esattamente, lo abbia reso possibile.
Quanta disciplina, quanta pazienza, quante rinunce che da fuori non si vedono. È il lavoro che in Loggia chiamiamo trasmutazione: non si butta via il piombo, lo si lavora finché non diventa oro.
E l’invidia è uno dei piombi più pesanti che ci portiamo dentro, buttarlo via, fingere di non averlo, è la scorciatoia di chi non ha voglia di mettersi al banco a lavorare la propria materia.
Trasmutarlo, invece, non è un atto di volontà istantaneo: è il fuoco lento della consapevolezza, tenuto acceso finché il piombo non cambia natura.
L’invidia costruttiva è quella che, invece di restare rivolta verso l’altro, si volta verso di te e ti chiede: tu, quanto sei disposto a lavorare per arrivare dove è arrivato lui? Se la risposta è onesta, quell’invidia ha già smesso di essere invidia. È diventata metodo.
Prendere a esempio, però, non significa imitare pedissequamente. Non ho mai creduto che il percorso di un fratello o di una sorella più avanti di me dovesse diventare uno stampo su cui tagliare il mio.
Significa, piuttosto, osservare da vicino il lavoro, non il risultato, capire quali scelte, quali fatiche, quali rinunce hanno reso possibile quel grado, quella carica, quel riconoscimento, e verificare se quelle stesse scelte hanno senso per me, con il mio tempo e il mio ritmo.
A volte la risposta è sì, e allora quell’esempio diventa una bussola. A volte è no, e va bene lo stesso: significa solo che il mio percorso richiede una strada diversa, non peggiore, non più lenta, solo diversa.
L’invidia, quando è sana, non chiede di diventare l’altro. Chiede solo di smettere di restare fermi mentre l’altro cammina.
Napoli, su questo, ha un’espressione che non perdona:
E sta buono, ma no meglio ‘e lloro.
Devi stare bene, ma non meglio di loro.
È l’augurio che non è un augurio, la benedizione con la clausola nascosta, il sorriso che si stringe appena varchi la soglia che chi te lo rivolge non ha mai attraversato.
Non è cattiveria dichiarata: è più subdola, perché si presenta vestita da affetto. È la mano sulla spalla che ti dice “sono felice per te” mentre calcola, in tempo reale, quanto quella felicità le costi.
L’ho sentita rivolgere ad altri, l’ho intuita rivolta a me più di una volta, in forme più educate ma dalla stessa sostanza, un complimento con la data di scadenza già scritta sopra.
C’è una differenza sottile ma decisiva tra augurare bene e augurare “abbastanza bene”.
Il primo non ha soffitto: vuole per l’altro tutto quello che l’altro riesce a costruirsi, senza porre limiti che riguardano, in realtà, solo chi li pone.
Il secondo ha sempre un tetto invisibile, fissato all’altezza di chi lo pronuncia, un augurio che si ferma esattamente dove finirebbe di far comodo a chi lo dice.
Ho imparato a riconoscere la differenza dal tono più che dalle parole: chi augura davvero bene non ha bisogno di specificare “ma non troppo”. Lo specifica solo chi, in fondo, avrebbe preferito il contrario.
Io preferisco l’altra invidia, se proprio deve esisterne una: quella onesta, quella che ammette di volere ciò che vede in te, senza fingere di augurartelo a metà.
Almeno quella si può guardare negli occhi, discutere, persino ringraziare, perché ti dice qualcosa di vero su chi la prova, e ti offre la possibilità di rispondere altrettanto sinceramente.
L’altra, quella travestita da
e sta buono, ma no meglio ‘e lloro
resta lì, immobile, a corrodere chi la porta, e non fa fare un solo passo avanti a chi la subisce. È l’invidia più sterile che esista, perché rifiuta persino di riconoscersi come tale.
Alla fine, la vera domanda non è se in Loggia esista l’invidia. Esiste, come esiste ovunque ci siano persone e non statue, sarebbe ingenuo, oltre che disonesto, sostenere il contrario.
La domanda è se abbiamo il coraggio di essere, invece che apparire, anche quando essere significa risultare scomodi a chi ha bisogno che tu appaia un po’ meno di quello che sei.
Io quel coraggio ho scelto di averlo, anche a costo di essere fraintesa. E se devo scegliere tra piacere a chi ha bisogno che io sembri più piccola e restare esattamente quello che sono, la scelta, per me, non è mai stata difficile.
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.













