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Ceuta, il canto delle Sirene

Ceuta, il canto delle Sirene

Non è una tesi che vuole entrare nel dualismo della dialettica politica.

È un mito che torna a sanguinare nella nostra carne, e vale la pena fermarsi a chiedersi perché, ogni volta che il mare restituisce un corpo, la mente corra a un’immagine antica di tremila anni.

Omero racconta che le Sirene non uccidevano con la forza. Uccidevano con le promesse. Chi le ascoltava senza protezione si gettava in acqua convinto di andare verso qualcosa di desiderabile e trovava la morte proprio nel punto in cui credeva di trovare la salvezza.

Ulisse sopravvive non per coraggio, ma per metodo: si lega all’albero prima di attraversare quel tratto di mare, mentre i suoi uomini remano con la cera nelle orecchie, ciechi al richiamo. La lezione del mito non è che il canto sia invincibile. È che nessuno lo attraversa a mani nude.

Nelle notti di fine luglio, a Ceuta, il canto ha smesso di avere una voce e ha preso la forma di un video che gira sui telefoni, di una sentenza letta come una porta aperta, di un confine che si allenta per il tempo esatto in cui serve a qualcuno che quel confine lo controlla.

Quella notte erano nove. Oggi sono almeno 141 le vite inghiottite dalla tragedia del Tarajal, secondo le organizzazioni che stanno ricostruendo il bilancio delle vittime. Il mare continua a restituire il conto.

Chi conosce la tradizione iniziatica sa che il viaggio di Ulisse non è mai stato solo geografia. È la mappa di una prova che ogni essere umano incontra, in forme diverse, lungo il proprio cammino: la prova dell’ascolto che seduce.

Non tutto ciò che “chiama” merita di essere seguito e non tutto ciò che sembra una via di salvezza lo è davvero.

La corda che lega Ulisse all’albero non è una gabbia. È la condizione stessa perché l’ascolto non diventi rovina: si può ascoltare il canto e restarne vivi soltanto se qualcosa, prima, ti ha già legato saldamente a un centro che non cede.

I disperati che si gettano in mare a El Tarajal non hanno quella corda. Hanno solo tanta fame e il richiamo suadente di chi promette un varco. E chi quel varco lo apre e lo richiude a piacimento non sta cantando per loro. Sta usando il loro ascolto come leva su qualcun altro, dall’altra parte dello Stretto.

Il mito, in questo, non giudica i governi. Mostra semplicemente una struttura che si ripete da millenni ogni volta che il potere trova convenienza nel canto delle Sirene e lascia che altri ne paghino la seduzione.

Le Sirene, oggi, non cantano da sole. Qualcuno le accende, quando gli conviene, e le spegne quando il messaggio è arrivato a destinazione.

Il mare non ha colpa. Esegue. È solo uno specchio. Restituisce fedelmente quello che gli viene affidato. Anche quello che gli viene scaraventato addosso da mani sporche di inganno.

Forse la vera domanda che il mito lascia in eredità, oggi come tremila anni fa, non è se le Sirene esistano ancora. È chi, ancora una volta, tiene in mano i fili che increspano le onde dell’illusione.