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Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale.
C.S. Lewis

Il momento storico che stiamo attraversando sta provocando una grande trasformazione del mondo, nella politica, nella società, rendendo più urgente la necessità per tutti di rivedere il proprio modo di gestire la quotidianità e di scoprirsi più umani e più fragili.

È una completa modificazione dei processi economici e sociali, obbligando a ripensare abitudini, approcci, modalità di lavoro, di vita e di interazione con gli altri.

Tuttavia, la prestigiosa rivista scientifica The Lancet evidenzia come la nostra società fosse già vittima di altre “pandemie”, ossia delle cosiddette Malattie Non Trasmissibili, MNT, quelle cioè non trasferibili tra persone, ma che dipendono da elementi socioeconomici e stili di vita e che causano circa il 71% del totale decessi.

Se a questi due scenari aggiungiamo anche che, negli ultimi anni, la depressione è diventata uno dei principali disturbi, che il consumo di ansiolitici e antidepressivi, anche pre Covid, è in forte aumento, si delinea un quadro abbastanza preoccupante sullo stato dell’essere umano. Diventa, perciò, cruciale porre al centro del dibattito politico, economico e sociale, l’importanza delle persone e del loro benessere.

In questo quadro si inserisce la necessità di variare modello di vita, cultura del proprio io, amore verso se stessi e verso il prossimo. In una società senza direzioni non si possono più dare nuovi nomi a vecchi comportamenti. Per mantenere efficace la comunicazione di massa è fondamentale un vero e proprio cambio di paradigma.

Oppressi da un forte senso di stasi, certamente desideriamo vivere esperienze vere, riti trasformativi, percorsi esistenziali che ci arricchiscano e ci rinnovino in profondità. Ma questo non può avvenire senza appoggiarsi a racconti collettivi, percepiti come autentici.

La comunicazione è chiamata in causa: occorre svincolarsi da un’estetica dell’effimero e indirizzarsi verso un’estetica della durata. Qui entra in gioco il cambiamento, la condizione “naturale” delle società, che non fanno altro che riformarsi, in tempi e modi diversi, rendendosene conto o no, volendolo o no. Si tratta di modificazioni più o meno consistenti, più o meno rapide, di costumi, pratiche, oggetti usati, idee, norme, credenze e valori.

Diciamolo francamente, le trasformazioni avvenute in questi ultimi tempi hanno avuto impatto sugli individui che si sono adattati a nuove situazioni. Non sempre si è in grado di “reagire” ad esse: magari molte spaventano, altre non sono accettati ma, al netto di ogni ideologia e considerazione personale, sono frutto di considerazioni di soggetti che devono, o dovrebbero, lavorare, fisicamente e intellettualmente, per migliorare il nostro ambiente. Ognuno, nel suo piccolo, può essere fautore di novità.

I cambiamenti possono riguardare un solo settore della cultura – per esempio la tecnologia, l’economia, le fogge del vestire, l’alimentazione, le credenze e i rituali – ma una volta avvenuti comporteranno una naturale reazione a catena con ambiti che sono tra loro legati. Ci sono cambiamenti strutturali, che riguardano il cuore, il centro organizzativo di una società, ed accessori, che riguardano sfere secondarie, come gli abiti, le abitudini alimentari e così via.

Possono essere spontanei, scaturiti cioè dalla normale dinamica delle relazioni di scambio tra due società a contatto tra loro e frutto di scelte e preferenze non condizionate da costrizione, oppure indotti con la forza, come quelli imposti dalle potenze nei confronti di Paesi più deboli, e, infine, pianificati, come i progetti e programmi di sviluppo, nei quali ha luogo una previsione che, attraverso certi di tipi di interventi tecnici, economici, formativi, entro un determinato periodo scaturiranno degli effetti.

Possono venire dall’esterno, attraverso i contatti con altre società e culture, oppure dall’interno, mediante innovazioni, scoperte, riforme, provenienti da persone appartenenti al sistema sociale. E non dimentichiamo che il mondo è velocizzato dalla ascesa culturale nella nostra trama esistenziale dei cosiddetti social: infatti, tutte le sfere vengono aggiornate rapidamente dalla nostra vita pubblica.

La civiltà sta acquisendo le dinamiche del cambiamento sociale, le zone del tradizionalismo si restringono costantemente. Gli algoritmi della cognizione sociale e dell’attività pratica delle persone hanno cessato di essere “a lungo termine” la variazione generale e il rinnovamento permanente si stanno trasformando nei principali mezzi per garantire uno sviluppo sociale sostenibile.

In questo contesto, l’attuale civiltà umana sembra essere un fenomeno in costante evoluzione e rinnovamento in cui una certa forza vivificante dona una forma definita alla struttura informe e snella al movimento senza struttura. Una conseguenza che deriva da questa trasformazione porta alla mancanza di appartenenza e alla perdita di identità, perché non ci si riconosce più in quello che si fa, ma in quello che si acquista o in quelle esperienze che si provano. Invece, si svaluta l’esperienza lavorativa in cui si impiega molto tempo, si è coinvolti in processi e dinamiche relazionali, ma non ci si riconosce.

Tale perdita di identità vanifica ogni conquista e rilancia l’abisso del vuoto e del silenzio penetrabile dall’ovvio. Guardando in positivo non ci resta che pensare alla magnificenza del risultato di un cambiamento creduto, realizzato e sudato. Alla fine, esso è un principio fondamentale della creazione. Ogni cosa ha il suo tempo e non c’è niente su questa terra che duri per sempre. Ogni situazione, ogni individuo, ogni evento è in un movimento costante ecco che per affrontare e gestire al meglio gli imprevisti e tutto ciò che è al di fuori del nostro controllo, dobbiamo imparare a seguire il flusso della vita. Perché mutare è nel nostro DNA, noi siamo gli spillover della nostra anima. È tutto naturale e non serve opporsi, altrimenti correremmo il rischio di vivere nel grigio della staticità e nel corridoio di ogni città, in attesa che qualcuno invochi il nostro nome.

Lo stesso Eraclito, il maggiore filoso tra i presocratici del VI – V Sec. a.C., parlando del mutamento che coinvolge ogni cosa esistente, diceva:

Nulla è permanente, tranne che il cambiamento

a significare che questo processo è irrefrenabile, costante e continuativo.

È una metamorfosi dei nostri pensieri, che genera forti credenze motivanti e stimolanti, che condizionano i nostri comportamenti, i quali, a loro volta, consentono risposte alle nostre azioni, andando a rafforzare gli stessi nostri pensieri iniziali, in una sorta di circolo “virtuoso” e non “vizioso” che ci proietta in modo propositivo nelle nostre esperienze quotidiane di vita. È la costruzione della resilienza che ci permette di affrontare e superare eventi spesso a noi avversi, periodi complessi, con una più forte struttura psicoemotiva.

Sono anni difficili, giorni che arrancano ancora e ci fanno tribolare: nelle nostre sensazioni prediligiamo la voglia di riscatto, il senso ultimo del non arrendersi, la volontà di credere che nulla ci possa infliggere la sconfitta definitiva. Forse è un senso autarchico di sentirsi primitivamente imbattibili.

In questo delirio altalenante di conquiste e di cadute, non ci stiamo accorgendo che stiamo cambiando: nel rovescio del diavolo e nel vomito del cielo ricicliamo ambizioni e frustrazioni, siamo quel che siamo nel pieno dubbio di ogni momento che stiamo vivendo.

Io cambio e tu cambi: niente ferma questa certezza, è la radice all’universo, l’essenziale perché questa vita abbia un senso. Come se niente fosse, andiamo avanti illudendoci che nulla sia più vero di quello che potrebbe essere se solo lo volessimo veramente, fermamente, seriamente. Questo mondo ha bisogno di correre, di arginare la stanchezza e di stupirsi di stare ancora in piedi.

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.