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Cadere, sbagliare, ricominciare: la lezione nascosta di Branduardi

Branduardi

Quando il giudizio divide il mondo in buoni e cattivi, una canzone ci ricorda la difficile arte di essere umani interi.

C’è una canzone di Angelo Branduardi che non ha mai smesso di girarmi in testa da quando l’ho sentita la prima volta. Non è una delle sue più celebri. Non c’è il liuto medievale, non c’è la ballata epica, non c’è la fiaba nordica.

C’è solo un elenco. Un lungo, strano, ipnotico elenco di cose che si possono fare.

E nella lista c’è tutto. Correre e fermarsi. Amare e odiare. E poi, senza preavviso:

Puoi tradire, conquistare
puoi dire poi negare.

Stessa strofa. Stessa voce. Nessuna distinzione di tono tra il tradimento e la conquista, tra il dire e il ritrattare. Come se fossero la stessa cosa. Come se appartenessero entrambi alla stessa mappa.

Il tribunale permanente

Viviamo immersi nel giudizio. Non è una novità, ma la velocità con cui oggi si emette sentenza ha raggiunto proporzioni industriali. La vita reale e il suo doppione digitale funzionano come un’unica aula di tribunale aperta ventiquattro ore: sei con noi o contro di noi, sei coerente o traditore.

Il mezzo non esiste. La sfumatura non è ammessa.

Eppure, Cristo, due millenni prima dei social network, aveva già detto tutto con due parole: non giudicate. Non come precetto morale astratto. Come indicazione pratica per sopravvivere a se stessi.

Perché il problema non è solo il giudizio che viene dall’esterno. Il problema è il tribunale interno, quello che lavora in silenzio, senza udienza pubblica, senza diritto alla difesa. Il pm, il giudice e il boia nello stesso edificio, con la stessa firma su tutti gli atti.

La tradizione iniziatica conosce bene questa struttura. L’ego che si punisce, il guardiano della soglia, il giudice interiore che usa la legge come arma invece che come bussola.

Freud la chiamerebbe superego ipertrofico. Jung, l’ombra che volta le spalle alla luce non perché sia malvagia, ma perché ha paura di essere vista.

Scilla e Cariddi: il giudizio esterno da una parte, quello interiore dall’altra. In mezzo, lo stretto. E noi, a remare.

La lista come atto magico

Branduardi, che non è mai stato solo un cantautore ma una figura in cui la musica è strumento di conoscenza, fa in “Si può fare” qualcosa di tecnicamente preciso.
Costruisce una lista.

Non una narrazione. Non un argomento. Una lista. E la lista, nelle tradizioni sapienziali, ha sempre avuto una funzione speciale: neutralizzare la gerarchia. Quando nomini tutto allo stesso modo, togli potere alla distinzione. Il sacro e il profano nella stessa colonna.

L’eroico e il meschino nella stessa strofa.

Puoi chiedere, trovare
insegnare
poi distruggere, incendiare
e ancora riprovare.

Cercare la conoscenza e poi bruciare quello che hai trovato. E ancora riprovare. Tutto dentro la stessa frase, senza che la distruzione abbia più peso della ricerca, senza che il fallimento chiuda la storia.

Questa non è indifferenza morale. È qualcosa di molto più sottile: è il rifiuto di fare del giudizio il principio organizzatore dell’esistenza.

I mostri vivono di separazione. Togli la separazione, rimetti tutto nella stessa lista, e i mostri restano senza il carburante che li fa girare.

Liberi di ricominciare

C’è una sequenza che torna più volte, quasi come un sigillo:

Puoi cadere, puoi sbagliare
e poi ricominciare.

Tre cose. Nella stessa frase. Allo stesso livello.

Non c’è redenzione enfatica, non c’è catarsi drammatica. C’è solo la constatazione che cadere, sbagliare e ricominciare sono tre movimenti dello stesso corpo. Tre tempi della stessa musica.

Questa è, tecnicamente, una visione iniziatica dell’esistenza. Chi attraversa una soglia vera, chi ha fatto i conti con la propria ombra senza scappare, sa che il cammino non è lineare, non punta verso un punto fisso di perfezione. Il cammino è ritmico, ha cadute e riprese che non si possono separare senza perdere il senso di entrambe.

Branduardi lo canta allegro. E questa allegria non è superficialità: è la firma di chi ha capito qualcosa davvero. Perché chi capisce davvero, di solito, finisce per sorridere.

Cosa resta

La prossima volta che il tribunale interno apre l’udienza, che il giudice esterno alza la voce, che il feed si popola di verdetti su ogni cosa, vale la pena tornare a quella lista.
Correre e fermarsi. Tradire e amare. Distruggere e riprovare.

Non come giustificazione di tutto. Come mappa di quello che siamo davvero. Umani completi, non umani selezionati.

Si può fare. Si può prendere o lasciare.

Non è un permesso che qualcuno ci concede.

È la forma più sobria di libertà che esiste.

Autore Raffaele Mazzei

Sono Raffaele Mazzei, MAZZEI.3. Scrivo canzoni che la gente canta e brand che la gente sceglie. Capire cosa vale la pena dire, e perché devi dirlo tu e non un algoritmo: questo non è un mestiere per macchine. Se vuoi che il tuo brand vibri, cercami qui. www.raffaelemazzei.it