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Benvenuti a Sottosopralandia

Vesuvio

La nostra meravigliosa e martoriata terra che non trova la spinta per una svolta

Quando le fiamme saranno estinte, il fumo cessato e le ceneri depositate al suolo, questa generazione e la successiva non vedranno il Vesuvio com’era fino ad una settimana fa.
Gli incendi degli uomini ne hanno deturpato l’aspetto, facendo scomparire in poche ore decine di migliaia di ettari di bosco del Parco Nazionale.

Io sono uno di quelli che, fin dalla tenera età, guardano il vulcano più famoso del mondo con un misto di timore reverenziale e ammirazione. Almeno due volte l’anno andavo per i suoi sentieri più alti e dolci ad ammirare la natura nei luoghi dove decine di volte hanno preso origine le eruzioni, drammatici segnalibri della Storia e per godere del punto di vista dello ‘sterminator Vesevo’ dalle sue alture.

In particolare, amavo il sentiero che si prende poco più in basso rispetto all’ingresso che porta al Gran Cono, salendo da Ercolano. Un sentiero che t’ipnotizza e del quale t’innamori, se hai un briciolo di sensibilità in petto, per le sorprese che ti riserva.

Come stazioni di un percorso che la Montagna ha studiato per l’esploratore, lungo le distese di pini, lecci e licheni, mi stupiva ogni volta la meraviglia delle sue ‘fermate’: l”Occhio del Diavolo’, quel buco a forma di cuore nell’alta roccia; la cresta che, dopo una facile arrampicata, ti regala con un solo colpo d’occhio il dominio panoramico sui paesi vesuviani, da Ottaviano fino a Castellammare; il duomo lavico con la sua lava a corda pietrificata e la vicina grotta che, come una ferita aperta, ti racconta lo strazio della roccia durante l’eruzione; infine, il piazzale La Marca, che fu sede di uno dei tanti episodi di abusivismo, successivamente restituito alla natura.

Probabilmente quel sentiero non esiste più, inghiottito dalle fiamme che mani criminali hanno voluto per vendetta.

Che siano stati o meno i proprietari delle case abusive disseminate ovunque sul Vesuvio, forse le “menti criminali commissive ed omissive” dei responsabili, come le ha definite de Magistris, verranno individuate. Oppure no.

In ogni caso, resteranno visibili per un secolo gli effetti di una catastrofe naturalistica dolosa che non ha precedenti nella storia del nostro territorio.

Le domande che ciascuno di noi ha il dovere di porre a se stesso, oggi più che mai, sono tante: siamo, noi popoli del Vesuvio, capaci di scrollarci di dosso l’assuefazione ai roghi, stretti quotidianamente tra quelli tossici legati ai rifiuti abusivi e quelli boschivi dolosi e spontanei?

Siamo capaci di arrabbiarci, come cittadini, di fronte all’inerzia delle istituzioni che ci dicono che non ci sono soldi per spegnere gli incendi mentre 5 miliardi e mezzo di euro se ne vanno per salvare le banche venete e 64 milioni al giorno vengono impiegati in spese militari?

Siamo capaci di distinguerci, nei nostri comportamenti quotidiani, da chi resta indifferente di fronte ad una strage al rallentatore che sembra non avere né soluzione né fine?

Abbiamo dentro di noi la forza e il senso civico di chiedere, in maniera democratica, compatta e veemente, azioni immediate di contrasto alla tragedia in corso, che vadano dalla sorveglianza, alla prevenzione, alla repressione a norma di legge di quei reati che, nei nostri territori, sembrano trovare cittadinanza più che altrove ed impunità garantita?

Siamo capaci di liberarci dai parassiti dell’informazione e della politica, che da un lato ci raccontano lo scempio con dovizia di particolari e dall’altra ci dicono che la catastrofe c’è, ma il problema sono i catastrofisti?

Se prendessimo coscienza di quanto la passione civile e l’indignazione possano concretamente guidarci ad una svolta che, seppur tardiva, è l’unica strada percorribile, sarebbe l’inizio della rinascita.

Se, al contrario, la risposta a questi interrogativi fosse una sequela di ‘no’, allora dovremo rassegnarci a vivere in un paese la cui fotografia è l’esatto negativo di quello che dovrebbe essere; un paese capovolto, che cammina al contrario: a testa in giù e all’indietro. Un paese che basterebbe girare alla rovescia perché appaia normale.

E allora, come nella serie tv ‘Stranger Things’, benvenuti nell’Upside Down, il mondo sottosopra.

Benvenuti nella terra in cui la bellezza è subissata dal brutto imperante; benvenuti nella terra i cui abitanti attentano alla propria salute e a quella altrui con azioni e omissioni, anziché beneficiare della natura meravigliosamente generosa del territorio; benvenuti nella terra in cui se sei incline a delinquere hai maggiori possibilità di riuscire rispetto a chi sceglie la stretta via dell’onestà; benvenuti nella terra dei magistrati di frontiera osteggiati dalle istituzioni che dovrebbero sostenerli; benvenuti nella terra i cui governanti sgovernano senza pudore e nella loro incapacità trovano sempre il modo di raccogliere voti e consenso popolare.

Benvenuti a Sottosopralandia.

Autore Michele Ferigo

Michele Ferigo, napoletano, classe 1976, si occupa d’arte da sempre. È musicista, compositore, disegnatore e film-maker.