Per angusta ad augusta.
Verso vette elevate attraverso sentieri angusti.
Non c’è frase che descriva meglio quello che stiamo attraversando oggi, come esseri umani prima ancora che come Massoni.
Viviamo in un’epoca di accelerazione brutale. Le certezze si erodono più in fretta di quanto riusciamo a sostituirle. Il rumore del mondo è continuo, insistente, progettato per tenerci distratti. In questo contesto, l’idea di lavorare su se stessi, con pazienza, con scalpello, un colpo alla volta, sembra quasi un atto di resistenza. Lo è.
Il Massone lo sa da secoli. Il cantiere non chiude mai.
Quando varchiamo per la prima volta la soglia del Tempio, portiamo tutto con noi: le abitudini, i pregiudizi, le ferite, la stanchezza. La Pietra Grezza non è una metafora poetica. È quello che siamo davvero, al netto delle narrazioni che costruiamo su noi stessi per renderci presentabili.
Il lavoro dell’Apprendista è sottrazione. Mazzuolo e scalpello non aggiungono: tolgono. Via le spigolosità che non ci appartengono davvero, via le croste che il mondo profano ci ha appiccicato addosso, il cinismo difensivo, la paura travestita da pragmatismo, la consuetudine di scambiare l’abitudine per saggezza.
Sapere aude, diceva Kant prima che la Massoneria lo rendesse motto: abbi il coraggio di conoscere. Sembra semplice. Non lo è. Pensare con la propria testa significa accettare di non sapere e, questo, per chiunque abbia investito anni a costruirsi una risposta rassicurante su ogni cosa, fa male.
Jean-Marie Ragon scriveva che il vero segreto della Massoneria è che non ha segreti, solo la trasformazione dell’uomo. È la cosa più scomoda da sentire all’inizio. Significa che non c’è nessuna chiave nascosta, nessuna parola magica. C’è solo il lavoro.
Oggi, nell’epoca degli algoritmi che ti dicono cosa pensare e dei feed costruiti su misura per confermarti quello che già credi, l’atto dell’Apprendista – mettere in discussione se stesso prima di giudicare il mondo – è più raro e più necessario di quanto non sia mai stato.
Da Compagno il punto di vista cambia. Non si sbozza più per se stessi: si impara che la pietra avrà un posto in un’opera più grande e che quella posizione dipende dalla forma che le daremo. La squadra, il compasso, la livella non sono strumenti di precisione astratta, sono strumenti di relazione. Misurano quanto sei disposto a raccordarti con quello che ti sta accanto.
È il momento in cui il lavoro interiore incontra il mondo. E il mondo, spesso, non coopera.
Il Compagno esplora la geometria dell’anima, non per compiacimento intellettuale, ma perché capire come funzionano le proporzioni aiuta a costruire qualcosa che regga. Ogni azione nel mondo profano diventa un colpo di scalpello: come parli con chi la pensa diversamente, come gestisci il potere quando ce l’hai, come ti comporti quando nessuno guarda.
Meister Eckhart, da una prospettiva mistica lontana ma non irraggiungibile, diceva che Dio non si trova nell’anima per caso, ma attraverso una costante levigatura del cuore. La Massoneria tradurrebbe: l’uomo che vuoi diventare non arriva per caso. Arriva perché ci hai lavorato, ogni giorno, anche quando non ne avevi voglia.
Oggi questo è più difficile. La società dell’immediato premia la velocità, non la rifinitura. Il Compagno che si ferma a levigare sembra lento. Ma le pietre affrettate non reggono il peso della struttura.
La leggenda di Hiram Abif non parla di morte. Parla di cosa succede quando si perde qualcosa di fondamentale, una certezza, una guida, una parte di sé che credevamo stabile e si deve continuare lo stesso.
Il Maestro Massone conosce la fatica di questo. Sa che la Pietra Cubica non è un traguardo: è un solido che deve sostenere peso. La perfezione non è un punto di arrivo; è un orizzonte che si sposta. Più ci avviciniamo, più vediamo chiaramente quanto ancora c’è da fare.
José Martí scriveva che la libertà è il diritto di ogni uomo a essere onesto, a pensare e a parlare senza ipocrisia. Per il Maestro, l’onestà intellettuale è la forma più alta di scalpello. È quella che rade via l’illusione di essere arrivati. È scomoda, perché costringe a continuare.
Nell’epoca della performance, dove si costruisce l’identità pubblica come un brand, dove l’apparenza di competenza spesso precede l’abilità stessa, il Maestro che si riconosce ancora in cammino è una figura quasi controcorrente. Non finge. Non semplifica. Continua a lavorare, anche quando sarebbe più conveniente smettere.
Albert Pike, in Morals and Dogma of the Ancient and Accepted Scottish Rite of Freemasonry, scriveva una cosa che torna in mente spesso: ciò che abbiamo fatto per noi stessi muore con noi; ciò che abbiamo fatto per gli altri rimane.
In un’epoca ossessionata dalla produttività individuale, dall’ottimizzazione del sé, dalla costruzione del proprio “successo personale” come progetto privato, questa frase suona quasi sovversiva. Il Massone lavora su se stesso non per se stesso, ma perché diventare migliore è un atto che, inevitabilmente, si riversa sugli altri. Non c’è separazione.
Ogni conversazione è un colpo di scalpello. Come ascolti è un colpo di scalpello. Tollerare chi la pensa diversamente, non fingere tolleranza, tollerare davvero, con la schiena dritta è tra i lavori più faticosi che ci siano. Eppure, è lì, in quella resistenza, che si trova il materiale più nobile.
Il cantiere non chiude mai perché l’uomo non smette mai di evolversi. O, almeno, non dovrebbe. La tentazione di dichiarare il lavoro finito arriva spesso e porta nomi rispettabili: esperienza, maturità, saggezza acquisita. A volte lo sono davvero. Altre volte è solo stanchezza con un vestito elegante.
Non siamo chiamati a costruire cattedrali di pietra. Quelle esistono già e reggono da secoli senza il nostro aiuto.
Siamo chiamati a erigere qualcosa di più fragile e, insieme, più duraturo: la qualità di presenza che portiamo in ogni stanza, la coerenza tra quello che diciamo di credere e quello che facciamo quando nessuno ci guarda, la capacità di restare in piedi quando qualcosa crolla.
Ogni scaglia rimossa è un pezzo di oscurità che lasciamo cadere. Non sparisce. La pietra grezza è sempre lì, da qualche parte, ma non fa più parte della forma che stiamo cercando.
Il lavoro continua. Così dovrebbe essere.
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.













