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Armando Diaz, il Generale della vittoria sugli austriaci

Armando Diaz
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Si deve all’abilità del Generale napoletano la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, anche se molti credevano che il suo nome fosse Firmato e non Armando

Settembre 1917, prima guerra mondiale, dopo due anni di combattimenti e migliaia di morti, l’esercito italiano subisce una rovinosa sconfitta a Caporetto, città che oggi si trova in territorio sloveno, ed è costretto a ripiegare sulle rive del Piave.
Il corso del conflitto sembra volgere a favore del nemico.

La nostra armata è sfiduciata dopo due anni di guerra di trincea, in condizioni estreme e costretta a fare da bersaglio al fuoco nemico per l’assurda concezione del Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, di utilizzare gli assalti frontali dopo aver fatto adeguatamente sbronzare i militi.

A questo punto il ‘Re sciaboletta’, così soprannominato a causa della bassa statura, al secolo Vittorio Emanuele III di Savoia, decide di esautorare Cadorna, sostituendolo con il Generale di origine napoletana Armando Diaz, che proviene da una famiglia di lungo corso militaresca. Ovviamente, la sostituzione crea malumore tra gli alti vertici, poiché mai un meridionale aveva occupato una carica militare prestigiosa.

Sembra che dopo la destituzione, Cadorna avesse intenzione di suicidarsi ma, al momento di premere il grilletto, viene fermato da Padre Pio, in un episodio di bilocazione, come lo stesso Luigi confermerà, anni dopo, quando farà visita al frate con le stimmate.

La priorità di Diaz è quella di organizzare la resistenza sul Piave e sul monte Grappa e, al contrario del suo predecessore, che aveva accentrato ogni cosa a sé, il partenopeo delega molte funzioni ai sottoposti, favorendo la cooperazione e lo spirito di squadra, riservandosi il ruolo di controllo, e sceglie Pietro Badoglio come vice.

Potenzia la comunicazione dei reparti grazie ad una rete di Ufficiali di collegamento e tiene per sé il rapporto con il Re e il Governo, presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, accettandone la collaborazione ma non le ingerenze nel comando delle operazioni belliche. Stessa cosa avvien anche nei confronti dei rapporti con gli altri Stati Alleati.

Migliora l’addestramento dei fanti, distribuisce le maschere antigas di fabbricazione inglese, introduce armi moderne e avvia la progettazione dei primi carri armati.

Diaz dedica molta cura a migliorare il trattamento dei soldati; viene abbandonata la decimazione per punire gli ammutinamenti, infatti si ammazzava a sorte un soldato ogni 10. Vengono migliorati vitto e paga e aumentata la frequenza delle licenze.

Viene creata una polizza assicurativa di 500 lire per i soldati e di 1.000 lire per gli ufficiali. Vengono organizzati spettacoli e incontri di calcio, di cui lo stesso Diaz è un fervido appassionato, e aumentate le case chiuse.

Ricorre ad intellettuali e artisti scelti fra i soldati per redigere giornali di trincea, pieni di vignette umoristiche e manifesti propagandistici, visto che molti militi erano analfabeti. Si serve della Canzone del Piave, composta dal corregionale E. A. Mario come inno alla resistenza. Inoltre, egli stesso parla in napoletano con i fanti di origine meridionale.

Dopo Caporetto, può schierare solo 33 divisioni, che, allo scoppio del conflitto erano invece 66, e, per aumentare, i ranghi, ricorre ai diciottenni, la famosa classe del 1899, citata dal Presidente Mattarella in un discorso al Quirinale alla presenza di studenti provenienti da ogni angolo del Bel Paese.

Si aggiungeranno, poi, sei divisioni francesi e cinque britanniche, che porteranno in dote anche armi più efficienti.

L’opera di Diaz dà i suoi frutti, tanto che, dopo solo un anno guida l’esercito alla vittoria, entrando a Vittorio Veneto (TV). Il quattro novembre l’Impero austro-ungarico si arrende e Diaz firma il bollettino della vittoria.

È in questo frangente che sorge l’equivoco sul nome del Generale; sono in molti a credere che il suo nome fosse Firmato e, in suo onore, chiamarono così i propri figli.

Viene nominato Senatore e Ministro della guerra e durante un viaggio a New York corona il suo sogno di incontrare un capo nativo americano e fumare con lui il calumet della pace.

Da Ministro della guerra sconsiglia una soluzione militare per fermare la marcia su Roma, favorendo l’ascesa del Fascismo. Entra nel primo Governo Mussolini come Ministro della guerra, varando la riforma delle forze armate e accetta la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che poi diverrà il braccio armato del Duce.

Lasciato il Governo, si ritirerà a vita privata e morirà a Roma nel 1928, dove verrà sepolto nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

Con l’avvento della Repubblica la sua figura, osannata nel periodo monarchico, passa in secondo piano, poiché creduto responsabile e sostenitore dell’ascesa fascista.