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Arianna Alchemica

Arianna Alchemica

Le tue labbra socchiuse trattengono un segreto. In questo silenzio lascio che il vuoto ti generi. Sottile, confusa, ignara forza creatrice, concepita per simmetrie labirintiche.

Inspiro. Il corpo si consuma e sfuma le sue forme raggiungendoti. Meditandoti come spirito incarnato che invade il mio cosmo.

Cuore, Linfa, Falce d’Argento, Fiamma dell’Arte. Angelo di cui ascolto tessitura e ronzio tentando invano di sincronizzare il moto ondoso d’un oceano color ebano con il sussurro d’un invisibile fonte. Ermetica duplice anima.

Petali di rosa, fumo d’incenso, matrice del calore sulfureo d’un acqua che mitiga la dorata alba. La tua essenza inonda e sommerge quel punto dell’animo intrecciato con la fibra stessa delle parole, al confine tra il fuoco filosofico d’un istinto frammentato in istanti e il pensiero di occhi inquieti che non riposano.

Eppure, il tuo volto s’illumina e mi disarma, mostrando lo splendore di un codice miniato da decifrare con lenta delicatezza e costante pazienza.

Frattanto che m’inerpico sul moltiplicarsi dei tuoi enigmatici sorrisi, in essi perdo facilmente metafora, rima, metro, parola e orientamento. Ed io ci provo.

Tento per tutta la notte, ogni notte, di districarmi dalle tue dita, dai tuoi occhi, dai tuoi capelli, dalle tue tele dalle trame profondamente intente a farsi spazio tra le mie iridi aride ed avide, attraverso ogni anfratto di me ormai dimenticato.

La chiave di lettura del tuo più profondo mistero rimane il lasciarsi incantare e, finalmente, finemente sciogliersi, scivolando tra la bruna bruma in cui nascondi il filo rosso che in silenzio mi chiedi di seguire.

Cielo nero su pelle bianca per descrivere il tuo canone a cui mi ispiro e più inspiro te, più comprendo la mia trasparenza. Vela raccolta, vento che racconta, vanto del folle.

Vinto e spento, sospiro dopo sospiro, sospingo ombre, teorie, ipotesi e letture, su nivee superfici a cui non abbeveri le tue attenzioni.

Superflui e superbi i miei incubi di non riuscire a giungere alla comprensione della tua Sapienza.

Profonde e pazienti le mie paure d’esser vile soffiatore, mentre mi osservi divertita e come un ragno scivoli con inganno ed eleganza tra i miei pensieri, imprigionandoli coi fili della tua danza.

Ed io ti lascerò fare. Mi donerò al tuo morso. Tutto in te ha senso e forse per conoscerti, a me, non serve altro che lasciarmi vincere dal tuo veleno medicinale.

Anelo a te, ammaliante luna, conosciuta e perduta. Esile e minuta musa muta. Amami e tingerò d’oro la tua pelle, lasciando che le stelle ti guardino solo per essere accecate dalla tua bellezza. Tra chimere e fiere da fronteggiare.

Da sempre fiero cavaliere, stendo inchiostro, incastri e incanti per decantare ciò che per te da sempre provo. Noto in te ciò che non è noto, argomentando ed annotando, annodando ampie riflessioni ed annidando dubbio dentro al dubbio, sondando e sentendo momento per momento l’avvicinarsi del nostro prossimo, fugace, incontro.

Mia dama d’adamantino splendore, sarà la sera ma sembri più vicina. Luce segreta ma indimenticata, spesso talmente distante da apparire eterea col tuo intricato e muto fascino.

Mio inesplorato mare conosco a memoria l’andamento dei tuoi flutti ma ignoro la profondità dei tuoi fondali. Durante molteplici pleniluni e con irrisorie risorse, intrisi le vesti con esteso malinteso, perdendomi in me stesso.

Ammisi e chiesi, ma persi carattere tra i miei caratteri, di verso in verso invertendo il risultato.

Ore di nero si tramutano in liquido inchiostro per descrivere con lo scrivere l’epidermico vivere tra epiloghi e soliloqui mentre svanisci ancora una volta lasciando alle tue spalle finalmente qualche sommessa parola:

Centrum in Trigono Centri.

Ed io ti rispondo nel silenzio delle mie tempie:

Deo duce, Ferro comite.