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Annemarie Schwarzenbach

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Annemarie Schwarzenbach


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19 gennaio 2016
La prima volta che incontrai Annemarie Schwarzenbach fu nel 2007, era sulla via per Kabul insieme a Ella Maillart e alla sua Ford. Uno dei viaggi più importanti che intraprese. Fu su quelle strade sconnesse a ridosso della guerra che Annemarie compì se stessa.
Il 1908 fu segnato dalla sua nascita a Zurigo.

Famiglia di industriali gli Schwarzenbach furono sempre ostili a quella figlia omosessuale e dipendente dalle droghe. Un perenne esilio da chi avrebbe dovuto proteggerla.
Una madre ossessivamente protettiva che cercava in quella figlia un morboso rapporto di esclusività, ma che invece la condusse all’allontanamento da se stessa.

A 19 anni si iscrisse alla facoltà di Storia e Letteratura. Erano gli anni venti e trenta.
Gli anni in cui l’Europa cadeva lentamente nel baratro di una seconda guerra mondiale. L’Europa che stava vedendo sorgere il fascismo e il nazismo a cui Annemarie fu sempre contraria. Era l’Europa che la esiliò. La mise in fuga in cerca di libertà. Da quella ricerca prese forma il suo malessere e da questo nacque il suo Viaggio. Nel 1928 venne presa dalla libertà che tanto desidera.

Parigi la vide ventenne circondata da amici artisti, scrittori, pittori. Qualche anno dopo fu anche lei tra i raccolti intorno ai figli di Thomas Mann, Erika e Klaus. Con la prima avrà un storia difficile e dolorosa.

A vent’anni iniziò il suo Viaggio. Il Viaggio che rimarrà il solo luogo di ritorno, l’unico suo punto fermo. Il Viaggio che sarà il diario di Annemarie. Le pagine bianche si sporcheranno, si coloreranno, si inzupperanno di tristezza, malinconia, sofferenza latente. Saranno le pagine che raccoglieranno il dolore di non appartenere al suo tempo.

Viaggerà per liberarsi. Per gridare. Raggiungerà la Persia, l’India, gli Stati Uniti per raccontare non i luoghi ma le sensazioni. Sarà giornalista e narratrice, fotografa e girovaga sulla sua Ford. Attraverserà i Balcani, l’Anatolia, la Siria, il Libano, la Palestina, l’Iraq nel 1933.

La prima volta in Persia. La prima volta in quella parte d’Asia, cultura primordiale dell’Europa, che diventerà il luogo per ritrovarsi. Il ritorno a Zurigo passò attraverso l’Unione Sovietica, paese che ritroverà nel ’37 durante il viaggio tra Europa continentale e Scandinavia. Raccontò l’avvento del nazismo e degli operai russi che leggevano Gorkij. Questo fu un anno intenso. Due viaggi in America insieme all’amica  Barbara Hamilton-Wright dove si immerse nella povertà della classe operaia, nelle conseguenze della grande depressione, nella lotte sindacali, nel quartiere senza luci di Knoxville, nelle miniere di carbone intorno Pittsburg, nelle operaie delle fabbriche di jeans.
Si immerse. Pienamente. Sentì sue quelle sofferenze.

Il matrimonio di convenienza con il diplomatico francese Claude Achille Clarac ebbe breve durata. Nel 1939 partì per Kabul insieme alla Maillart. Le continue liti portarono Annemarie da sola a Bombay e da lì di nuovo in Europa. Un abbandono che la farà ricadere nella dipendenza dalle droghe. Ritornò negli Stati Uniti a fianco della baronessa Von Opel, ma sarà una relazione che la segnerà per sempre.

Durante una lite l’intervento della polizia la rinchiuse per schizofrenia nel Bellevue Hospital. I trattamenti inumani ricevuti distrussero sempre di più la sua fragile mente.
Tornata in Svizzera, fu convinta dalla madre, che non sopportava più la vista di una figlia tossicomane e dalla vita scandalosa, a partire per il Congo Belga.
Era il 1941. L’Africa. L’ultimo approdo del suo esilio. Tristezza, frustrazione, inadeguatezza, fragilità.

Annemarie forse non conobbe mai la felicità. Quella che non ha bisogno di droghe per esistere. Quella felicità che non ha bisogno di sofferenza per sentirla. Esiliata dalla famiglia, dagli amici, dal mondo che non seppe donarle un luogo, ma fu lei stessa un dono.
Si ricavò un angolo in cui sopravvivere, in cui far esplodere il proprio dolore.

Il Viaggio. Il peregrinare incessante, per poi fermarsi a Sils im Engadin, in Svizzera.
Si fermò per sempre. Era il 1942. Un trauma cranico dovuto a una caduta dalla bicicletta mise fine al suo Viaggio. Solo 34 anni per Viaggiare, per diventare scrittrice, giornalista, reporter. 34 anni per affermare al mondo il proprio malessere, per lasciarci un modo di vivere il Viaggio i cui i luoghi hanno i contorni sfocati del sogno, le persone hanno la fisicità dei sentimenti, i colori, i costumi divengono le parole dell’essere che in quel momento vive su pagine bianche.

Il Viaggio in bianco e nero della Schwarzenbach ha conosciuto i colori della vita più sofferente. Dai fumi dei bar di Monparnasse alle montagne persiane. Dalla povertà degli Stati Uniti alle donne afghane al suo ultimo viaggio in Congo.

Ha raccontato quei colori di dolore attraverso il suo incessante scrivere, sentire, vivere intensamente una vita da cui voleva fuggire.

Annemarie Schwarzenbach

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Fabio Picolli

Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!