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Amicizia iniziatica

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Amicizia iniziatica


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Caratterizzare l’individuo che percorre un viaggio iniziatico e collocarlo in un alveo definito sarebbe difficile, ma si potrebbe identificarlo come un viaggiatore. Un viandante che accompagnato dalla sua bisaccia intraprende un lungo percorso alla ricerca dell’Amore Fraterno, della Conoscenza e della Verità, che a sua volta, risiedendo già nell’uomo, rendono il tragitto ancor più gravoso, tortuoso e difficile da realizzare.

Cercare la verità potrebbe equivalere alla ricerca del vero sapere, del modo migliore per vivere l’amore fraterno e i rapporti interpersonali che sono propri dell’essere umano. L’amore fraterno è riconducibile alla fratellanza che, a sua volta, nasce dalla ragione, si dirige verso l’amore assoluto e, per un processo alchemico, riesce a trasformare, a creare, ad elevare.

Questa invisibile ma reale trasformazione alchemica permette di classificare l’amore fraterno sia come sentimento che come regola iniziatica. Questa trasformazione genera la fratellanza, la quale alimenta l’amicizia tra uomini che vivono lo stesso sentimento di uguaglianza e che sono affini, nonostante differiscano per indole o predisposizione spirituale.

L’amicizia, descrivibile come quel legame privo d’interessi che manifesta un chiaro sentimento affettivo e che riesce ad unire in modo bilaterale, trae origine dall’antichità. Etimologicamente, discende dal latino amicitia, è riconducibile al termine amicus, oltre ad essere ricollegabile al verbo amare.

Spesso l’amicizia tra iniziati, fra chi è ammesso alla conoscenza, alla pratica di culti esoterici e religiosi, nasce dalla necessità di soddisfare un bisogno e, per questa ragione, diviene un valore; quindi può essere identificata come esigenza, ma anche come virtù. Generalmente, infatti, l’amicizia tra iniziati, oltre a generare un reciproco scambio amicale, produce anche un interscambio di valori ed è per questo classificabile come un bisogno che diviene valore. L’amicizia tra non iniziati potrebbe, invece, essere definita bisogno, valore e finzione. L’Amicizia esprime sempre un “punto di vista” soggettivo sulla realtà esterna e il Valore, il Bisogno, la Finzione, la caratterizzano bene in qualsiasi dei tre modi si viva.

È un’attività fisica, esprime il modo in cui ci rapportiamo con gli altri e con il mondo circostante, e si manifesta per la sete di realizzare un bene da godere, ma anche per il desiderio di salvarci da un male che ci affligge e, in questo caso, appunto, diviene un mezzo per ottenere la salvezza.  

Nella sua vera accezione, rappresenta un rapporto di affetto vicendevole e non può esistere in assenza di reciprocità. È uno sporgersi verso l’altro, un movimento in direzione di questi e, da sempre, è stata capace di legare le persone tra di loro. Tantissimi filosofi, infatti, sono stati indotti ad analizzare il rapporto amicale per fornire risposte circa l’essenza di questo sentimento, perché hanno avuto caro il sapere, di cui sentivano la mancanza.

La filosofia contiene il termine amicizia nel suo nome, Philìa. Per gli antichi filosofi greci era considerata un valore rilevante, oltre ad avere un ruolo preminente sotto l’aspetto sociale e personale. Philìa potrebbe essere classificata come amore sentimentale che si manifesta in un legame d’intenti comuni e di corresponsabile amicizia.

Aristotele, occupandosi della Philìa o amicizia, ritiene che si fondi sull’utile, sul piacere e sulle virtù. Egli pensa che l’amicizia sia una virtù o ne sia da questa affiancata, che si fondi sulla Filautia, l’amore per se stessi. Tale tipo di amore, però, è necessario alla vita perché rappresenta la ricerca della crescita spirituale atta a migliorare gli scambi intellettuali esistenti nel rapporto d’amicizia.

È indispensabile nella vita privata e in quella pubblica, ai ricchi, alle persone importanti, a chi vive nel bisogno, ai giovani e agli anziani. Aristotele definisce l’uomo come un animale socievole per natura, un essere che ha bisogno della cura e dell’affetto degli altri per vivere, per essere felice e per salvarsi dalla solitudine perché questa alimenta il conflitto permanente con i propri simili, è causa d’indebolimento dello spirito e di deperimento del corpo.

Per Aristotele, quindi, l’amicizia è il mezzo capace di combattere la solitudine e i mali che essa causa. Allo stesso tempo, nel rapporto tra i soggetti, crea un vincolo che li pone su un piano di parità, che funge da legante e che agisce da calcina capace di combinare tra loro i mattoni. Non c’è un soggetto che salva e uno salvato, un benefattore e un beneficiario, bensì, due persone unite da un vincolo di con-fidenza, di fiducia reciproca, entrambe beneficiari degli stessi vantaggi. Amando in modo altruistico si ha caro il proprio bene perché se un uomo buono diviene un amico, di riflesso, si trasforma in ricchezza.

Platone oltre a dire che

L’uomo è per natura amico di se stesso, ed è legittimo che sia così

afferma che l’amicizia vada dimostrata e non dichiarata. Il filosofo, includendo l’amicizia nell’amore, la eleva ad un posto di primo piano nell’ascesi dell’anima e ritiene che il principio pitagorico dell’amicizia – uguaglianza sia indissolubile.

Allo scopo di far comprendere il termine Philìa, nel dialogo aporetico intitolato ‘Liside’, sostiene che questo sentimento si manifesti come conseguenza del bene, che ne sia la condizione basilare affinché la stessa possa realizzarsi. Da ciò che si legge in questo suo primo e completo testo su questa tematica, si evince che il bene sia il più grande amico, che riesca a liberare l’uomo dal male e permetta di amare ogni cosa.

L’amicizia, quindi, è definibile come un’energia che, sul piano umano e cosmico, lega le persone tra loro con una coesione capace di distaccare le stesse dal male al fine di ottenere il bene. Vincolo che, nella sua manifestazione, s’implementa, sia giacché la calcina che unisce è ben solida, che perché l’individuo, per sua natura, costantemente protende verso il bene.

Seneca, per ciò che attiene l’amicizia, tiene conto dell’aspetto etico – intellettuale che serve all’elevazione spirituale del sapiente.

Afferma che

l’amicizia è necessarissima ma non è in nostro potere

anzi, deve essere intesa come un dono che sopraggiunge quando essa stessa lo impone.

Cicerone, dopo la sapienza, considera l’amicizia, il bene più prezioso, un sentimento limpido, disinteressato, figlio non della ricerca dell’utile, bensì, di un’attitudine naturale che unisce gli individui, un insieme di sentimenti, di convinzioni, di tendenze atte ad implementare l’armonia civile.

Ritiene che quando l’amicizia si espande alla sfera pubblica, divenga l’archè dell’unione sociale, della forza del popolo e si tramuti in attività nobile e che manifesti una vicendevole e favorevole disposizione d’animo, il più forte e profondo tra tutti gli affetti umani. La vera amicizia, per lui, esiste solo tra uomini onesti e si fonda su virtù quali la generosità, la lealtà, la rettitudine.

Il principio amicale classico risale alla tradizione pitagorica e anche se molti filosofi hanno parlato di amicizia, sembrerebbe esser stato appunto Pitagora a coniarne il termine. Sembrerebbe aver affermato che l’amicizia sia sinonimo di uguaglianza e che alla domanda “chi è l’amico?”, rispondesse “è l’altro me stesso”. Leggendo la ‘Vita pitagorica’, scritta da Giamblico, possiamo dedurre che Pitagora desidera rendere la comunità più coesa e migliore attraverso “l’amicizia di tutti con tutti”.

Questo tipo di rapporto, sviluppandosi in modo orizzontale e tra pari, unisce le persone che hanno bisogno di evitare la solitudine che, spesso, causa l’infelicità e, dunque, riveste un carattere sociale, individuale e comunitario. I pitagorici, riconoscendone l’importanza sociale, infatti, ambiscono a rapporti amicali con conoscenti, sconosciuti ed estranei. L’amicizia con sconosciuti conferma l’assunto pitagorico che gli uomini onesti, sono tra loro amici, ancor prima di conoscersi.

Pitagora si dimostra sapiente e getta le basi per la tolleranza quando pensa che il rapporto amicale tra due individui non debba fondarsi sull’imitazione etica. Stessa sapienza la dimostra quando suggerisce di non adirarsi con gli amici, perché così, l’amicizia può essere vissuta con grande affetto.

Può anche essere sinonimo d’uguaglianza e, non a caso, per Pitagora questa si fonda sull’equipollenza perché vivendo in modo equo tale sentimento, si fa il bene di se stessi e dell’amico. L’amicizia pitagorica è sinonimo di benevolenza perché prevede la condivisione dei valori e il dare più che il ricevere.

Potremmo definire l’Amicizia come un’attività della psiche umana, che si manifesta in genere tra buoni e onesti, al fine di soddisfare un bisogno vitale e fondamentale, oltre che permettere all’individuo di raccogliere ciò che è disordinato per ordinarlo allo scopo di ottenere l’ordine dal caos. “Ordo ab chao”.

L’amicizia, talune volte, può essere classificata come finzione perché è figlia di un modo di fare non spontaneo, né sentito intimamente, anzi subdolo, egoistico e messo in pratica per brevi periodi. Anche questo legame interessato e meno nobile è stato analizzato da poeti e filosofi tra cui Esiodo che, riflettendo sui benefici ottenibili da un rapporto di amicizia, esorta a corrispondere questo sentimento con chi può essere utile nelle difficoltà.

Egli, lasciando trasparire una concezione molto utilitaristica, scrive:

Invita al banchetto l’amico e lascia il nemico, e soprattutto invita chi ti abita accanto; se a te accade qualcosa, i vicini corrono discinti, i parenti si allacciano prima la cintura.

In uno degli scritti socratici di Senofonte, ‘Memorabili’, leggiamo che

Un buon amico è il migliore dei beni

e, di seguito

ma vedo che la maggioranza si preoccupa di ogni cosa più che di acquistare gli amici.

Democrito, grande atomista e fondatore del concetto filosofico di serenità intesa come armonia del pensiero che sfocia nell’equilibrio, afferma che chi non abbia almeno un buon amico non sia degno di vivere. Ritiene, altresì, che l’amicizia sia meno individuale e più comunitaria.

Scrivendo

generoso non è chi mira al contraccambio, ma chi si propone di operare bene

antepone l’interesse generale a quello individuale. Lo stesso filosofo ritiene che l’amicizia, come valore, sia difficile da riscontrare; infatti, in modo materialistico e utilitaristico, afferma che molti, pur sembrando amici, non lo siano, mentre altri sebbene lo siano, appaiano diversamente.

Michel Eyquem de Montaigne insegna che tuffarsi nell’animo dell’altro palesa un affetto esclusivo. Afferma che nell’amicizia le anime si mescolino e si confondano l’una con l’altra, in un connubio così profondo da celare la primaria connessione fonte d’unione. Montaigne, oltre a pensare che esista l’amicizia ordinaria e quella straordinaria, ritiene che questo sentimento vada considerato vero quando nasca dalla propria volontà.

L’amicizia tra gli uomini viene in alcuni casi frenata dal fatto che gli individui sono spesso condizionati da ego, quotidianità, influenze sociali, culturali, economiche e interessi personali. Quando, invece, è condivisa tra anime affini, fra iniziati, non è classificabile né come finzione e nemmeno come bisogno, bensì come Valore.

L’amicizia tra le anime affini, tra gli iniziati, è spinta da una forza che genericamente potrebbe essere confusa con l’empatia, ma in realtà è indefinibile, irrazionale e spinge verso persone mai conosciute prima come per una sorta di metempsicosi o di reminiscenza. Caratteristica saliente dell’amicizia tra anime è la configurazione di un rapporto triangolare che prevede la presenza di una terza figura, non visibile fisicamente, ma che garantisce lo scambio energetico, quella divina, che assiste mentre le due anime alla luce del percorso iniziatico cercano e perseguono la verità senza menzogne o inganni basando il rapporto non sul fare ma sull’essere.

L’amicizia dell’anima permette il reciproco completamento ed è catalogabile come virtù. Di questa classificazione ne è convinto il filosofo cofondatore del romanticismo Friedrich Schlegel, il quale nel ‘Lucinde’ asserisce che

Non c’è nulla di più alto che due amici che vedano riflesso chiaro e perfetto nell’anima dell’altro ciò che hanno di migliore.

Immanuel Kant scrive che la natura umana è socievole, ma anche insocievole, che l’uomo tende sia a unirsi in società, che ad isolarsi. Egli facendo un’analisi profonda dell’amicizia, afferma che bisogna diffidare degli amici perché quelli veri sono pochi.

Codifica questo sentimento come Idea, ma anche in veste di Ideale e in Lezioni di Etica assegna all’amicizia un profilo di tipo etico, nel caso in cui questa sia sentita e vissuta conformemente ai dettami morali. Ritiene che questo tipo di sentimento sia generato dall’intelletto e abbia un ruolo importante nella morale. Quando dice che non esistono veri amici, per analogia, afferma che esista un divario tra il rapporto amicale e la vera amicizia.

Kant, inoltre, nella ‘Metafisica dei Costumi’, riflettendo sull’abilità dell’uomo a tener conto della società in cui vive e dell’attitudine a liberarsi dell’ego, afferma che sia possibile vivere la vera amicizia. Definisce amicizia universale quel legame che si fonda sul Bisogno, sul Gusto e sull’Intenzione. Quella che si fonda sul bisogno tiene conto delle esigenze personali; quella che si basa sul gusto, risente del piacere personale ed é vissuta tra persone di differente estrazione sociale o con diversa attività lavorativa; mentre quella che si erge sull’intenzione è priva di ogni pregiudiziale.

La vera amicizia è l’unione tra due persone legate da reciproco amore e vicendevole rispetto. Due persone, se unite da una volontà moralmente pura, rendono l’amicizia sinonimo di dovere morale. Kant lascia trasparire una convergenza con il concetto di tolleranza di chi percorre un viaggio iniziatico, quando sostiene che l’espansione del progresso della civiltà, assieme all’annullamento delle differenze e delle ritrosie individuali, induce l’amicizia universale a implementarsi.

Voltaire, per ciò che riguarda l’amicizia, con i suoi aforismi esprime chiaramente il personale pensiero filosofico. Per lui l’amicizia è classificabile come valore ed è vissuta tra virtuosi:

Tutte le grandezze di questo mondo non valgano quanto un buon amico;
l’amicizia è il balsamo della vita”; “la lettura dilata l’anima mentre un amico la consola; tra tutte le virtù, l’amicizia è la prima perché tra le consolazioni umane è la prima; l’amicizia è un tacito contratto tra due persone sensibili e virtuose.

Analizzando il pensiero di Voltaire è possibile intuire che egli consideri l’amicizia sociale, sinonimo di tolleranza e viceversa.

L’amicizia esige armonia, produce quella vicinanza che permette di condividere le diverse ed asimmetriche esperienze. Questo incrociarsi di difformità dimostra che, potenzialmente, tutti gli individui possano divenire amici, qualora riconoscano le peculiarità altrui. Inoltre, accettando queste differenze, si gettano le basi per la concordia sociale che si tramuta, a sua volta, in universalità.

Qualora si vivano i rapporti interpersonali con comprensione e tolleranza, l’amicizia muta la sua natura trasformandosi, pian piano, in nobile arte della fratellanza. L’amicizia tra iniziati, così come la fratellanza, aiuta l’evoluzione interiore, fa scoprire i talenti celati e implementa l’auto realizzazione. L’uomo ha bisogno di fidarsi e l’iniziato che dona concreta amicizia, stimola un consistente sentimento di fiducia.

L’amicizia è una manifestazione della relazione di consuetudine esistente tra due individui. Anche se la società contemporanea non facilita i rapporti umani, potremmo affermare che i legami amicali, essendo prossimi a quelli familiari, costituiscono quella calcina che consente a due o più persone di unirsi e completarsi. Questi legami, se accompagnati dalla vera tolleranza, rendono l’uomo libero e, non a caso, Hegel ritiene che l’amicizia e l’amore siano da intendersi come realizzazioni della libertà.

L’amicizia è figlia della percezione, diviene una rivelazione, aiuta ad aprirsi, ad apprendere, a capire. Non è necessario che l’amico abbia le stesse idee, deve bensì, avere qualcosa in comune, qualche cosa che leghi. L’amicizia è percepita positivamente perché fonda le basi su di un linguaggio comune. Nel rapporto amicale si cela un mistero che è difficile da spiegare perché attiene la sfera personale dei due individui.

Anche se il percorso iniziatico è soggettivo, sarebbe giusto pensare che questo abbia bisogno di un metodo comune e di un lavoro condiviso, perché l’uomo non può vivere da solo, dato che l’esistenza quotidiana è caratterizzata dall’insocievole socievolezza di cui parla Kant. La fratellanza nasce dalla tolleranza e ne è da questa alimentata assiduamente. Tenendo conto che la tolleranza di Voltaire e la saggezza sono fonte di coesione, è spontaneo pensare all’importante ruolo che queste due virtù svolgono nell’alveo della vita sociale, dell’eggregore e della comunità.

Alla luce di quanto sopra detto, sarebbe forse, opportuno dire che l’amicizia, assieme alla fratellanza, può cambiare il mondo, specie quando vissuta tra iniziati. Allo scopo d’implementare l’armonia nei rapporti tra gli iniziati occorre comprendere meglio il significato di Fratellanza dal punto di vista iniziatico tenendo conto dell’espressione “amore platonico o socratico” usato da Marsilio Ficino. La visione platonica di quest’ultimo, lo induce a pensare che la vita contemplativa, la naturale unione esistente tra individui simili e desiderosi delle stesse cose, generi un consistente legame spirituale o amore intellettuale, capace di emanare un’energia atta a trasformare saldamente il gruppo in comunità.

L’amicizia, così come l’amore tra individui che condividono lo stesso percorso, precede e prepara all’amore per l’Essere Supremo: vivendo in armonia, amore, amicizia e fratellanza si riesce ad amare il sapere, a conoscere se stessi, ad entrare in sintonia con gli altri e a percorrere quel sentiero della conoscenza che conduce alla verità.

Consentendo all’amore, alla fratellanza, all’amicizia d’impadronirsi di se stessi, di fungere da guida, si permetterebbe al Divino, d’illuminare, con la sua luce, l’intero percorso evolutivo. Mediante questa luce e la conoscenza, si riuscirebbe a vivere nel giusto modo l’amicizia stellare, di cui parla Nietzsche. Per vivere, questo sentimento nel giusto modo, la luce deve sconfiggere ciò che potrebbe sgretolare i rapporti di fratellanza e di amicizia, sconfiggere la noia, l’attività lavorativa eccessiva e la mancanza di parità nei rapporti.
La luce permette di vivere l’amicizia con amore, tolleranza e rispetto dell’altro, conformemente ai modelli di vita pitagorici che, pur tenendo conto delle specificità individuali, rappresentano il giusto seme della verità. Trasferendo nella quotidianità questi modelli di vita si riuscirebbe a trasformare le società consolidandola con fondamenta stabili e solide.

L’iniziato per percorrere nel modo giusto la strada della conoscenza, dovrebbe, forse, far propria e vivere appieno la frase

È preferibile camminare con un amico nel buio che essere solo nella luce

scritta da Helen Keller nel libro ‘Anna dei Miracoli’. Asserzione condivisibile perché, quando si forma la coesione iniziatica tra individui, oltre a crearsi uno scambio energetico, si genera un vincolo intimo che, supportato dal rapporto amicale tra gli elementi del gruppo, si cementifica e si fortifica così tanto da creare un grande spirito di fratellanza iniziatica, che, assieme alla stessa amicizia, attraverso il vissuto dei singoli, cambia il modo di sentire e vivere le cose, modifica le condotte delle persone e le lega tra loro.

Assieme si vive il gruppo come unione microcosmica che, diventando un anello della catena macrocosmica, alimenta la fratellanza, l’amicizia intima e implementa la comprensione e la tolleranza. Ove mai poi, detta amicizia risentisse dell’influenza dell’etica kantiana, il rapporto tra gli iniziati gemmerebbe un vero spirito di fratellanza capace di consolidare l’invisibile ma spessa, connessione tra gli individui.

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