L’Africa sospesa tra fame, carestie e guerre dimenticate
di Cristina Di Silvio e Maurizio Colangelo
Abstract
Nel 2025, l’Africa urla tra fame, guerre e siccità, mentre il mondo sembra voltarsi altrove. Dietro ogni dato, c’è un bambino che cammina chilometri per un sorso d’acqua, una madre che riduce i pasti ai propri figli, una famiglia costretta a fuggire.
Si racconta la tragedia reale del continente: l’indifferenza globale è un lusso che non possiamo più permetterci.
Quando tocchi le stelle, ricorda che qualcuno sotto di te muore di fame
recita un proverbio africano.
Nel 2025 l’Africa vive una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni: guerre civili, economie in collasso, cambiamenti climatici, tagli agli aiuti internazionali. È sufficiente seguire idealmente la linea che attraversa il continente da ovest a est, dal Sahel al Corno d’Africa, per comprendere la vastità del dramma.
Ogni tappa di quella linea è una storia di sopravvivenza: acqua cercata per giorni, cibo che non basta, case abbandonate nella notte, un domani incerto come l’orizzonte dopo una tempesta di sabbia. La fame non è statistiche: è il volto di milioni di persone sospese tra attesa e sopravvivenza.
Una tragedia che calpesta i principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’articolo 25 garantisce a ogni persona cibo, acqua, una vita dignitosa. Eppure, nei villaggi del Mali famiglie intere trascorrono le loro giornate cercando acqua potabile, mentre in Niger i raccolti distrutti dalla siccità hanno rubato mesi di sostentamento.
Lo stesso accade all’infanzia africana: la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989 ribadisce il diritto a crescere nutriti, in salute, con acqua sicura. Ogni bambino che cammina chilometri per bere nei campi profughi del Sudan testimonia una violazione viva, concreta, intollerabile.
A complicare tutto, la crisi climatica: raccolti perduti in Burkina Faso, desertificazione nel Sahel, fiumi prosciugati nel Corno d’Africa. Accordi e impegni internazionali, dall’UNFCCC agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, vacillano, mentre la realtà impone urgenza. Ogni ritardo è un fallimento politico, ma soprattutto umano.
E poi ci sono i conflitti taciuti. In Sudan orientale, nel Mali centrale, nel Niger settentrionale, nel Burkina Faso occidentale il suono delle armi accompagna la vita.
Le famiglie fuggono e fuggono ancora, come se la fuga fosse la loro unica casa.
Le Convenzioni di Ginevra impongono protezione ai civili e assistenza alle popolazioni vulnerabili, ma spesso restano parole abbandonate sulla carta.
Quando la fame diventa arma di guerra, come accade nei villaggi isolati del Darfur, si sfiora ciò che lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce crimine contro l’umanità: l’uso intenzionale della privazione di cibo contro i civili.
Dentro questa cornice, la sofferenza non è un concetto astratto: è immediata.
È il bambino che non trova acqua potabile in un campo profughi del Tigray. È la madre che spezza il pane in porzioni sempre più piccole nel Sahel. È l’agricoltore del Niger che osserva la terra farsi sterile. È una generazione che vede il proprio futuro dissolversi.
Albert Camus scriveva che
l’indifferenza è una delle forme più sottili della crudeltà.
Oggi, davanti a un’Africa che urla, il mondo rischia di rispondere proprio con quella crudeltà silenziosa. Ma non è troppo tardi: riconoscere questa tragedia significa riconoscere una ferita globale, un banco di prova per la nostra umanità.
Ed è qui che la tragedia del continente incontra quella personale, quotidiana, di chi l’Africa l’ha vista negli occhi.
Il Magistrato Colangelo, padre adottivo di un ragazzo del Burkina Faso, quell’urlo lo porta nel cuore ogni giorno, ogni minuto, ogni volta che vede le immagini dei bambini denutriti.
Quando con sua moglie è andato in Africa nel 2012, e solo pochi mesi dopo ha rischiato di morire per una patologia rarissima, avevano un terrore misto a gioia: la paura di non essere all’altezza del dono immenso che il Signore aveva posto loro nelle mani.
Lì, in un piccolo ambulatorio, il loro bambino era seduto sul lettino: pesava pochissimi chilogrammi, pur avendo quasi otto anni. Aveva occhi lucidi e impauriti, come i nostri, ma anche una scintilla di fiducia, la speranza di poter ricucire un giorno la ferita dell’abbandono.
Vedere quella povertà estrema, quei bambini che non avevano nulla, nemmeno da mangiare, e che tuttavia sorridevano con una purezza capace di spezzarti il petto, è una visione che non si dimentica. Avrebbero voluto portarli via tutti.
Quei bambini anche oggi ti circondano con carezze leggere, donando una lezione d’amore più grande di qualunque parola. Lasciare l’orfanotrofio fu un dolore bruciante: nei loro volti rimanevano speranza, dolcezza, dignità in un mondo che sembrava averle negate.
Crescere loro figlio è stato ed è come custodire un piccolo uccellino fragile: sensibilità purissima, amore che disarma, emozioni che ti travolgono. E capisci che la forza dell’amore abbatte ogni ostacolo.
Qui, in Occidente, spesso ci lamentiamo per cose futili: un disagio passeggero, un comfort mancante. Ma se anche una sola di queste persone trascorresse un giorno in quell’Africa che urla, cambierebbe prospettiva. Imparerebbe che l’azione, concreta, personale, economica, umana, è l’unica risposta possibile. Noi abbiamo scelto l’adozione e il sostegno agli orfanotrofi. È una goccia nello stagno, sì, ma ogni goccia genera un’onda.
L’Occidente deve capire che la vita è una sola e che non possiamo restare inerti davanti a un continente che sprofonda nella miseria. La voce del Magistrato e della dottoressa è unanime: quei bambini, nati in Paesi dove la vita vale meno solo perché mancano ricchezza e benessere, hanno diritto a una vita reale, vera, “senza se e senza ma”.
Nel silenzio del dolore africano deve risuonare l’orgoglio della nostra umanità: il rispetto della vita altrui nella sua forma più alta. Salvare l’Africa non è un atto di generosità: è un dovere morale, culturale, spirituale. Se ognuno facesse la propria parte, abbandonando egoismi e lamentele, il mondo sarebbe diverso. Ci sarebbe meno violenza, più dignità, più futuro.
Perché l’Africa non è solo un immenso continente. È un mondo vivo, pulsante, un arcobaleno di colori e trasformazioni. È il giudice silenzioso che osserva l’inerzia dell’Occidente.
È nostra madre e il nostro padre spirituale. È la nostra anima. E ovunque viviamo, ovunque saremo, l’Africa resterà sempre lo specchio più sincero della nostra coscienza.
Autore Cristina Di Silvio
Laureata in Scienze Industriali, ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienza della comunicazione e conseguito un Degree of Honorary Doctor of Philosophy (PhD), titolare di diversi riconoscimenti accademici onorari, svolge attività di consulenza internazionale tra Roma, Londra, New York, Washington e Malta. Ricopre numerosi ruoli di alto livello in organismi internazionali legati agli affari europei, diplomatici e giuridici, rappresentando vari enti presso il Parlamento Europeo. Autrice di articoli su geopolitica e attualità, nel 2025 ha pubblicato il libro “Soluzioni in tema di responsabilità contrattuale e risarcimento del danno”. Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali per il suo impegno professionale e sociale tra cui il Premio PreSa 2024, con un ringraziamento pubblico del Premio Nobel Dr. Denis Mukwege; è stata inserita da Fortune Italia tra le 50 donne più influenti del 2024.













