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A Carnevale non solo chiacchiere

A Carnevale non solo chiacchiere

Buongiorno! E pure febbraio se n’è quasi andato…
Februarius, come abbiamo visto negli articoli a cavallo del 31 dic. u.s., era il periodo di chiusura del ciclo annuale antico e prende il nome proprio dalle celebrazioni di riti di purificazione e di sacrifici espiatori al dio etrusco Februs, a commemorazione dei defunti, placarne gli spiriti e rinnovare il legame tra i vivi e i morti, che si credeva fossero liberi di vagare entrando nella quotidianità a varco riaperto nei giorni di passaggio da vecchio a nuovo ciclo, in preparazione sia spirituale che morale per l’anno nuovo della comunità.

E per comunicare con i defunti era necessario diventare temporaneamente come loro, almeno esteticamente – per come immaginati – e comportarsi in modo da spaventare, fare scherzi in modo un po’ folle.

In qualche maniera anche come esorcizzazione della morte, alla quale comunque era riservato uno spazio di estremo rispetto perché la cultura dell’aldilà rappresentava la memoria, i ricordi e l’eredità.

Assieme ad altre divinità e feste correlate, che man mano accennerò, deriva il culto della Dea Februa, Iunio Februata – Giunone Purificata, che nell’antica mitologia romana era la Dea della febbre, associata alla guarigione.

Per la purificazione, le donne si aggiravano per le strade con fiaccole ardenti, antesignana festa della Candelora, in cui si portavano le candele accese fino ai templi prima e le chiese cristiane poi.

Il mese tradizionalmente inizia appunto con la Candelora, che, secondo la cristianità, identifica la data simbolica di presentazione di Maria nel Tempio, esattamente 40 giorni dopo la nascita di Gesù.

Come al solito, però, le radici sono ancora più antiche e d’origine pagana e in questo caso sono collegate a un animale totemico a me molto caro: l’orso.

È narrato che nell’Europa del nord, nella nottata tra il primo e il due febbraio, il suo letargo si interrompesse e l’orso decidesse di guardar fuori dalla tana: sarebbe rientrato nel suo giaciglio alla vista del chiarore lunare in cielo, perché avrebbe significato che l’inverno sarebbe durato altri 40 giorni; mentre se al contrario avesse visto scuro, ne sarebbe uscito definitivamente, perché preannunciata così sarebbe stata la primavera.

Per la Santa Candelora da l’inverno semo fora, ma se piove o tira vento ne l’inverno siam ancora dentro.

A volte piccoli capricci culinari di nobili hanno dato la scintilla – o la ‘riscintilla’ – a preparati fantastici: l’altra leggenda, che ricordiamo, vuole che, la Regina Margherita di Savoia – sì, sì, proprio la stessa dell’omonima pizza – durante una chiacchierata con dei suoi ospiti, chiese al cuoco di corte, napoletano, tal Raffaele Esposito, di preparare velocemente un dolce e questo escogitò – o ‘riescogitò’ – questi fritti. Quella chiacchierata diede spunto per il nome di questa semplice prelibatezza.

Perché riscintilla / ‘riescogitare’?

Beh, in realtà, nel periodo equivalente al Carnevale, questo tipo di preparazioni dolci a base di farina, uovo e talvolta latte, fritte nel grasso di maiale o nell’olio, erano tipiche nell’Antica Roma e venivano appunto chiamate fritcilia.

Sono espressamente citati dallo scrittore romano Varrone nel ‘De Lingua Latina’, ma non come ricetta specifica, bensì come alimento / offerta rituale alle divinità della fertilità e della crescita nei Liberalia.

La prima ricetta di dolci fritti è documentata nel trattato culinario ‘De re coquinaria’ attribuito a Celio Apicio:

Mescola farina di frumento con latte e miele, aggiungi un po’ d’olio e lavorala fino a ottenere un impasto morbido. Forma delle piccole focacce e friggile nell’olio caldo. Una volta dorate, immergile nel miele e servile calde.

Anche la forma di questi fritti di Carnevale ha la sua origine: durante i Lupercalia – ulteriore importante festività in onore del campestre dio Fauno Luperco, protettore dei boschi e delle greggi – le februae erano strisce di cuoio di capra, con le quali i Luperci, sacerdoti, battevano le persone per le strade per assicurarne fertilità e purificazione e dalle quali risalirebbe l’aspetto delle strisce delle chiacchere distese o a fiocco.

Come abbiamo visto, nelle precedenti grandi festività la celebrazione culinaria rimane nell’intimità della famiglia, perlopiù al chiuso in casa o al massimo in ristorante, ma il Carnevale è un festeggiamento collettivo all’aperto come manifestazione di voglia di aria più temperata e di sole.

Per questo, i dolci tradizionali dell’occasione sono di facile e veloce realizzazione e di comoda degustazione, anche in posizione eretta, perché ai tempi d’origine si preparavano e si consumavano in strada.

E, poi, diciamoci la verità: il fritto a casa in molti casi è disagevole: odori persistenti, cucine schizzate d’olio da pulire, olio esausto da smaltire, ecc. – oltre a levarsi subito dopo quegli indumenti e un doveroso shampoo.

Chiacchere a Milano, bugie in Piemonte e Liguria, cenci in Toscana, frappe in Lazio, cioffe in Abruzzo e in Campania e in Puglia di nuovo chiacchiere; regione che vai, nome che trovi.

Le uniche costanti a parte gli ingredienti ed essere cibo di strada, sono il dolce e il croccante!

A Carnevale ogni scherzo vale!

A Carnevale anche ogni sgarro – alla dieta – vale. Una chiacchera tira l’altra e così le regole di sana e bilanciata alimentazione, ancora una volta, vanno a farsi friggere; pure loro.

Non unti e bisunti, i fritti è molto importante che siano almeno fatti bene, a regola d’arte:

1. l’olio deve essere di buona qualità – spesso si sentono notizie di miscugli con oli lampanti addirittura;

2. 170/180° la temperatura ideale, non deve mai superare il punto di fumo;

3. per un risultato corretto e asciutto deve essere ben fatta la scolatura.

Ma perché la cottura regina del Carnevale è la frittura? La relazione tra l’uccisione del maiale in questo periodo e la diffusione di dolci fritti nel periodo carnevalesco risulta dalla forte disponibilità dello strutto appena ottenuto. Poi la frittura è la sorpresa: il cibo è colto alla sprovvista, fissandolo in una sorta di incantamento.

Perché l’ostentata presenza del grasso, anche nei nomi dei giorni fondamentali oltre che essere definito ‘periodo grasso’? Oltre alla celebrazione dell’abbondanza sperata, dopo lo scarno periodo invernale serviva far carico di sostentamento, anche in vista del periodo di magro della Quaresima.

Carnevale corto e Quaresima lunga.

Lasciandosi alle spalle i mali invernali e ciò che il freddo si era portato via, passando dai Parentalia ai Caristia con le Agapi familiari, e giungendo ai Feralia nell’antica Roma, per l’arrivo di una primavera fertile e prospera, il Carnevale nel tempo è diventato il limite dell’ultima baldoria, dell’ultimo eccesso del sentimento di ribellione popolare concesso dalla Chiesa – inabile al totale addomesticamento – in contrapposizione alla religiosa penitenza di digiuno, rinunce e privazioni.

Mi sovviene il brulicante ‘Combattimento tra Carnevale e Quaresima’, dipinto da Pieter Bruegel nel 1562 dove la dicotomia è scandita dal duello tra lo spiedo col maiale del panciuto personaggio a cavalcioni sulla botte e la pala con due miserissime aringhe sostenuta da una vecchia smunta e pallida seduta su un carretto spoglio.

Il primo è spinto energicamente da vari personaggi in maschera rappresentanti la società laica reclamante di baldoria, la seconda è trainata faticosamente da un frate e una suora, rappresentanti della Chiesta che raccomanda il pentimento.

In forma circolare, apparentemente in disordine, sono disposti da un lato personaggi coloriti e carnascialeschi d’osteria, allegri di canti e balli nell’abbondanza, dall’altro, invece, si fa sommessamente penitenza e preghiera, in penuria e tristemente, dove nemmeno le campane nei campanili possono suonare.

Il periodo temporaneo del ‘mondo della cuccagna’ cade in date diverse ogni anno, perché infatti è collegato ai 40 giorni di penitenza che precedono la festa mobile della Pasqua.

Mobili perché sono legate a precisi avvenimenti astronomici del ciclo lunare, calcolato sul primo plenilunio dopo l’Equinozio di Primavera, e comunque entro il 25 aprile – ovverossia prima delle passate concessioni dei Floralia – contando 40 giorni al Giovedì della Settimana Santa.

Il periodo di Carnevale finisce con il Martedì Grasso e dal Mercoledì delle Ceneri parte – tranne a Milano dove è posticipato – il periodo penitenziale e di conversione a ricordo della fugacità della vita terrena, memento mori.

L’etimologia del termine ‘Carnevale’ deriva, appunto, dal latino carnem levare – togliere la carne, proprio a indicare sia l’ultimo luculliano banchetto sia l’aspetto animico del periodo successivo.

Un’altra traduzione vuole sostenere carnem + vale dove vale potrebbe riportare al saluto latino valere che, usato con tono solenne in forma sostantivata, era dare l’ultimo vale, rivolgere l’estremo saluto, l’ultimo addio a morenti o a defunti; alla carne in questo caso.

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!
Genesi 3,19

Vale la pena ancora in quest’occasione ribadire che produzioni, offerte e consumi ritualizzati in specifici alimenti sono testimoniati dalle ricorrenze festive a riconferma del valore simbolico del cibo e dei gesti alimentari che si estendono in ambiti cerimoniali.

Il cibo è archetipo di vita, salute e ricchezza, quindi non semplice risorsa commestibile, ma primaria forma di comunicazione, scambio, misura e garanzia di sopravvivenza e perciò di continuità.

Per la maggior parte si tratta di ancestrali e sacralizzate festività che segnavano l’inizio dei nuovi cicli agricoli, durante le quali erano interdette tutte le normali attività della vita quotidiana e si cercavano di risanare le discordie, perfino si sospendevano guerre e inimicizie private, a rimarcare il fatto che dopo la semina l’uomo doveva solo attendere il germoglio nelle piante, pregando l’aiuto della natura e degli dei a sua rappresentanza, per la sperata futura distribuzione delle risorse.

Questo il vero Capodanno antico di rigenerazione ciclica, strettamente legato al ritmo vegetativo che scandisce l’annuale rivivere e l’oscillazione tra scarsità e abbondanze.

In principio era il Verbo
Giovanni 1:1-18

Poi arrivarono le chiacchere, sia nei dialoghi inconsistenti della società, ma soprattutto nelle mentie, sovraccaricate di inutilità falsificate e condizionanti a mettere la palla al piede al compiere il proprio segreto e destino unico, la propria sacra ‘Parola’, che diventa logos, legge, azione.

Nel prossimo articolo il simbolo della maschera sarà protagonista.

Come dite? Se dovessi scegliere una maschera per carnevale? Mmm…
In contrasto al mio desiderio di pax profunda, di rosacruciana memoria – vige il capovolgimento dell’usuale ordine in quest’occasione, no? – probabilmente sceglierei una maschera nuova, inusuale e inedita, ma molto antica: il Komastis, l’esperto dei banchetti, una figura proto-teatrale legata alle origini della commedia antica; rappresentazione incarnata dell’euforia e del valore sociale della festa come momento di rilascio delle tensioni, celebrazione della vita e connessione con il divino, attraverso il piacere della condivisione del cibo e del vino.

Esattamente lo scopo generale di questa Rubrica.

Quindi intanto divertiamoci, finché si può! Buon Carnevale!

Il percorso dove ci porterà?

Stay tuned! Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!

Autore Investigatore Culinario

Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.